Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione. Noi, come molti altri, abbiamo cominciato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog...

giovedì 22 marzo 2018

«Il Lato Cattivo»: chi siamo (3.0)

   [...] È nostra convinzione che la società attuale – il modo di produzione capitalistico (MPC) – sia essenzialmente strutturata dalle funzioni, reciprocamente dipendenti, di capitale, da una parte, e lavoro salariato produttivo di plusvalore (e quindi di capitale), dall'altra. Queste due funzioni essenziali fondano l'esistenza di due classi fondamentali, proletariato e classe capitalista, il cui conflitto – per quanto possa essere larvato e quasi impercettibile per la maggior parte del tempo – è nondimeno costante e, in quanto tale, costituisce la dinamica e la vita stessa del modo di produzione capitalistico. Questo tipo di conflitto, che senza alcun pathos particolare definiamo «lotta di classe», non è in sé e per sé nulla di speciale: è semplicemente la pressione che ogni classe esercita sull’altra per una più larga appropriazione del prodotto sociale, e quindi – nel MPC – una lotta attorno alla posizione del cursore che separa la massa dei salari e quella dei profitti. Questa lotta è, allo stesso titolo, la dinamica di tutti i modi di produzione esistiti fino ad oggi, e fornisce la chiave di comprensione della loro successione storica. Lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra è la contraddizione che muove la storia [...]. E nondimeno questa contraddizione perviene – nella sua versione capitalistica – al suo stadio ultimativo, all'interno del quale essa diventa teoricamente pensabile e praticamente superabile. Affermare questo significa che essa potrà ancora perpetuarsi, riformularsi e ristrutturarsi all'interno del modo di produzione capitalistico, oggi arci-dominante su scala mondiale, ma che non potrà accedere ad alcuna forma diversa e superiore, dunque post-capitalistica, di sfruttamento del lavoro. È questa la ragione per cui, diversamente dai modi di produzione anteriori – ad esempio il modo di produzione feudale, che ha generato internamente, dalle proprie viscere, la struttura essenziale del mondo di oggi – il modo di produzione capitalistico non può dare vita, al proprio interno, ad alcun embrione di un nuovo modo di produzione. Il suo superamento possibile non si apparenta perciò in nulla alle transizioni da un modo di produzione all'altro storicamente conosciute, configurandosi piuttosto come una rottura totale, senza precedenti, un autentico cambiamento di paradigma nella storia umana: generazione per via necessariamente violenta e insurrezionale di un mondo senza classi né Stati, in quanto privo di sfruttamento.

Continua a leggere... »

lunedì 22 gennaio 2018

Ti ricordi?

A cent'anni dall'Ottobre russo: la questione dell'internazionalismo

    «C'è chi immagina che l'esperienza storica dell'Ottobre 1917 sia ancora e sempre pregna di mirabolanti lezioni da impartire al presente, in primis riguardo alla "necessità del partito"... o della democrazia nel partito... o della non-democrazia nel partito (non ebbe forse ragione Lenin, solo contro tutti, sostenendo le Tesi di Aprile?); o, all'opposto, riguardo alle ragioni per cui la forma-partito o l'idea comunista tout court debbano necessariamente tramutarsi in un nuovo dominio... Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Potendo disporre di una macchina del tempo, sarebbe interessante spedire tutti questi cultori della Historia Magistra Vitae proprio nella Russia del 1917, per vedere allora quanto poco il senno di poi sarebbe loro di conforto. Alcuni di costoro si scannano ancora per sapere esattamente in quale anno-mese-giorno le cose hanno cominciato a buttar male per la rivoluzione. Nel '21 (NEP)? Nel '24 (morte di Lenin)? Nel... (compilare a piacere, ndr)? Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. Poi arriva il solito anarchico impolverato, con l'aria di quello a cui non la si dà a bere: "...e Kronstadt???". Ecco un piccolo campionario dei temi e dei dibattiti che non appaiono in questo breve testo, se non per l'unico uso che oggi se ne può fare: lo scherzo. […]
    «I famosi “problemi” che l'umanità si pone solo allorché può risolverli, poiché “si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali esistono già o almeno sono in formazione” […], costituiscono un divenire in cui non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ovvero non ci si confronta mai con gli stessi problemi. La concezione materialistica della storia non si propone di salvare il passato in quanto tale – foss'anche quello di un evento inaudito – e nemmeno le sue promesse o speranze, ma di isolare quei famosi “problemi”, ricondurli alle loro condizioni materiali, esistenti o in formazione, comprendere in che modo potevano essere e sono stati effettivamente risolti, e valutare infine se sono ancora i nostri problemi.
    «È a partire da questo punto di vista che oggi può essere proficuo ritornare sull’Ottobre. Si può abbordare la questione sotto vari aspetti; in queste poche righe, insisteremo su quello che ci preme maggiormente: la questione dell'internazionalismo. Perché ci si può girare intorno finché si vuole, ma alla fine una conclusione si impone: la rivoluzione proletaria del 1917-'21 è ancora una rivoluzione nazionale. È solo come tale – cioè in quanto passibile di imporsi, ancorché provvisoriamente, su un dato territorio nazionale – che essa poteva ambire a internazionalizzarsi. [...]»

In appendice: Guy Sabatier, Brest-Litovsk 1918; Gilles Dauvé e Karl Nesic, Russia 1917-1921.

Versione pdf »