Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

domenica 4 maggio 2014

Le sollevazioni arabe: classi e genere

L’ultima pubblicazione della rivista «Théorie Communiste». La si può ordinare sul sito Dndf.org.

Dalla quarta di copertina:

Nel corso delle lotte di classe della sollevazione araba, l'occultamento conflittuale delle operaie sotto la definizione di donne, le rinvia in quanto tali alla sfera del privato. La loro presenza nella sfera pubblica della produzione, degli scioperi e delle manifestazioni, sempre in posizione subalterna e tale da consentire la loro assegnazione al ruolo di donne, è costitutiva di una definizione maschile della classe operaia. Un operaio è un proletario, un'operaia è una donna. Questo non riduce affatto la conflittualità del rapporto tra la classe operaia e il capitale, ma ci indica attraverso quale rapporto interno esso si costruisce.
La singolare combinazione di liberismo e burocrazia che definisce lo Stato e la classe dominante nei paesi arabi fin dall'inizio degli anni '70, pervenuta ai limiti del suo sviluppo, ha ceduto un po' ovunque. La ricomposizione della classe dominante e dello Stato, in Egitto e in tutta la regione, non può realizzarsi in maniera endogena. Questa ricomposizione resta la posta in gioco generale del movimento di lunga durata innescatosi nei paesi arabi: essa assorbe, per il momento, le pratiche di tutti gli attori che si trovano sulla scena.
Le contraddizioni di classe e di genere, nella loro specificità, non possono esistere separatamente. All'interno della crisi economica e politica della configurazione della classe dominante e del suo Stato, la tesi centrale di questo testo designa la distinzione di genere come l'operatore interno che determina il divenire politico della lotta di classe in quanto rivendicazione civile.

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Estratto: 

  Il modo di produzione capitalistico non è sessualmente neutro. Occorre partire da ciò che costruisce le donne. Il lavoro e il pluslavoro che ne costituisce il corollario, presuppongono la costituzione della popolazione in forza produttiva principale; il controllo di questa forza produttiva presuppone la delimitazione di una parte dell’umanità come  sua produttrice e il suo controllo. Partire dalla riproduzione (biologica) e dalla collocazione specifica delle donne all’interno di essa, significa presupporre come dato ciò che è in realtà il risultato di un processo sociale. Il punto di partenza (poiché averne uno fa parte delle tare necessarie della produzione teorica) è ciò che rende questa collocazione specifica una costruzione e una differenziazione sociale: i modi di produzione che si sono succeduti sino ad oggi. L’aumento della popolazione in quanto principale forza produttiva non è un rapporto naturale più di quanto lo sia qualsivoglia altro rapporto di produzione, e si muove dentro le contraddizioni specifiche di ciascun modo di produzione. La necessaria appropriazione del pluslavoro, fenomeno puramente sociale (il pluslavoro non è inerente a una supposta «sovrapproduttività» del lavoro), crea i generi e la pertinenza sociale della loro distinzione secondo una modalità sessuale e naturalizzata. Possedere un utero non equivale  a «fare bambini»; per passare dall’una all’altra cosa, occorre tutto un dispositivo sociale di appropriazione e di messa in situazione (messa in funzione) del «fare bambini», dispositivo in virtù del quale le donne esistono – dispositivo di violenza che include lo stupro, ma anche l’amore, la cura, la dolcezza, la preoccupazione per gli altri, il fatto di essere un corpo. Possedere un utero è una caratteristica anatomica e non già una distinzione, ma «fare bambini» è una distinzione sociale che fa della caratteristica anatomica un distinzione naturale. È nell’ordine di questa costruzione sociale, di questo dispositivo coercitivo, il fatto di rinviare sempre ciò che è socialmente costruito – le donne – alla biologia. La produzione della categoria sociale «donne» non sarebbe tale se non fosse naturalizzata, e il rapporto tra uomini e donne non potrebbe essere un rapporto sociale se non apparisse come naturale.

Un approfondimento di questi temi lo si può trovare qui